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Arcangelo Franco

 

La città siculo-greca di Halaesa Arconidea

 

"Vi sono in Sicilia, giudici, molte città belle e importanti, tra le quali va annoverata fra le prime la città di Halaesa; non ne troverete una più scrupolosa nell’adempimento dei suoi doveri, o più ricca di risorse o più importante per prestigio".          [Trad. di G. Bellardi, Le orazioni di M. Tullio Cicerone, Torino, I, 1978]

 

 

 

Quando nell' VIII a.C. secolo cominciano a stabilirsi in Sicilia i primi coloni greci, l'Isola già da molti secoli è popolata, secondo quanto riporta lo storico Tucidide, da Siculi, Sicani, Elimi e forse Fenici (nella Sicilia orientale i Siculi, al centro i Sicani e a occidente gli Elimi),  Sicani ed Elimi probabilmente non sono indoeuropei mentre lo sono sicuramente i Siculi, di stirpe italica con una lingua affine al Latino, provenienti dal Lazio con il loro re Siculo. Secondo un'ipotesi, essi discendono da quelle genti che, tra il Neolitico e l'Età del bronzo, invadono l'Europa via terra, fuggendo dalla zona del Mar Nero a causa di catastrofiche inondazioni.

La storia della città di Alesa, un nome (e un sito) assolutamente ignoto ai non specialisti, interseca sorprendentemente i mutamenti che per 13 secoli hanno caratterizzato la geopolitica del mediterraneo e dei suoi popoli, dal V secolo a.C. fino all'arrivo dei Normanni

Le vicende della sua  fondazione si intrecciano con la storia dell'indomito e sfortunato principe siculo Ducezio e del suo coraggioso tentativo di contrastare l'egemonia delle colonie greche riunendo le ancora floride città dei Siculi  in una confederazione. Nel 461 a.C. Ducezio, a capo dell'esercito federale, dopo alcune vittoriose battaglie, fonda un precario stato siculo costituendo capitale la città di Menaion (Mineo), nella Sicilia centro-meridionale. (448 a.C.). Siracusa, nella primavera del  451 a.C., mette in rotta l’esercito dei Siculi a Nomai, mentre Ducezio, abbandonato dai suoi, si arrende ai Greci che lo esiliano a Corinto fattagli salva la vita. Il sogno di uno stato dei Siculi si dissolve, mentre Siracusa espande la sua influenza anche nella parte centrale dell’Isola. A Corinto, Ducezio ricomincia a sognare la libertà per la sua patria e riorganizza la riscossa.    Così ritorna in Sicilia, nel 448 a.C come narra Tucidide, con molti coloni raccolti nel  Peloponneso, e, con l’aiuto di Arconide I° signore di Erbiteautorevole monarca di certe popolazioni locali, amico degli Ateniesi - fonda la colonia siculo-greca di Kalacte (in greco la bella costa), nel luogo dell’odierna Caronia Marina. Da Kalacte, al limite del territorio d'influenza di Siracusa, Ducezio rilancia il suo proclama d'unità per la riconquista della libertà dei Siculi, ma, ammalatosi, muore poco dopo. Con la sua scomparsa si estingue per sempre l'utopia di una indipendenza sicula.  I Siculi però non si sono mai realmente arresi perché l'anelito all'autonomia non è mai scomparso dall'animo dei Siciliani entrando a far parte del loro inconscio collettivo. Occorre osservare tuttavia che dietro al disegno dell'esiliato Ducezio c'è probabilmente la coincidenza d'interessi con Atene, che tende ad assicurarsi l'esclusiva negli scambi con la Magna Grecia e l’Etruria. Atene agisce in antagonismo a Corinto e quindi contrasta la politica espansionistica di Siracusa, da sempre alleata di Corinto. Ma nel 413 a.C. Atene, dopo averla invano assediata, viene sconfitta perdendo duecento navi, più di quarantamila uomini e insieme ad essi il suo storico scontro con Siracusa. Da questo momento Atene, uscita per sempre dal novero delle grandi potenze, si disinteressa del destino delle città alleate sicule e calcidesi. Siracusa tenta allora di assumere la leadership di una Sicilia dei Sicelioti finalmente svincolata da ingerenze straniere. Nel mediterraneo, però, il vuoto di potere lasciato dall'eclisse di Atene viene subito occupato da una  nuova temibile potenza: Cartagine. Nel 410 a.C. Cartagine riprende la guerra contro Siracusa e le altre città greche occupando gran parte della Sicilia occidentale e minacciando i Siculi superstiti.

il simbolo di Ducezio

Fondazione di Alesa (403 a.C.)

Nel 403 a.C., in questo clima geopolitico, Arconide II signore di Erbite fonda Alesa. Arconide II è discendente di quell'Arconide I che aveva  fondato assieme a Ducezio la città di Kalacte al tempo in cui i Siculi, alleati di Atene, cercavano di contenere l'egemonia di Siracusa. Alesa nasce invece, quarantacinque anni dopo Kalacte, nel momento in cui il siculo Arconide II° si allea con Siracusa per porre freno ai Cartaginesi, attuali nemici comuni. Nel 405 a.C. Dionisio, appena acquisito il potere a Siracusa, non sentendosi abbastanza forte, stipula astutamente un trattato di pace col cartaginese Imilcone. Questi si impegna a ritirare dalla Sicilia il suo esercito, facendo presidiare i territori conquistati da mercenari campani. Ma, a Siracusa, Dionisio aspetta solo di consolidare il suo potere interno per iniziare una politica anti-punica. Per prima cosa riconduce sotto il dominio greco le città calcidesi di Leontinoi, Katane e Naxos, e assedia le città sicule Enna ed Erbite. In tale occasione, narra Diodoro Siculo, "levato il campo (da Enna), Dionisio tentò di assediare la città di Erbite, ma (...) fece la pace con gli Erbitei e marciò con l’esercito contro Katane. (...) Arconide, che era il capo di Erbite, dopo la pace conclusa dal popolo di Erbite con Dionisio decise di fondare una città. Aveva a disposizione parecchi mercenari e una folla eterogenea che si era riversata in città durante la guerra contro Dionisio, inoltre anche molti poveri di Erbite gli avevano promesso che avrebbero fatto parte della colonia. Prese quindi con sé questa folla accorsa e occupò una collina a otto stadi di distanza dal mare e lì fondò la città di Alesa: ma siccome in Sicilia c’erano altre città omonime, la chiamò Arconidion dal suo stesso nome. (...) ma alcuni dicono che Alesa fu fondata dai Cartaginesi, al tempo in cui Imilcone fece la pace con Dionisio”. In effetti due anni prima della fondazione di Alesa da parte di Arconide II°, il cartaginese Imilcone aveva già costituito negli stessi luoghi un presidio di Mamertini (mercenari campani) allo scopo di controllare il primo punto sulla costa nord della Sicilia, dopo Cefalù, in cui vi era un porto.

il sito in cui si trovava il porto naturale di Alesa 

E' possibile ipotizzare che Arconide II, durante l' assedio della sua città, compreso il maggiore pericolo rappresentato da Cartagine, effettui un ardito (per quanto, in avvenire, non infrequente nella storia patria) ribaltamento del fronte, barattando la tradizionale politica antigreca di Erbite con la possibilità, per i Siculi, di sopravvivere in funzione anticartaginese. Fonda quindi una nuova città sulla costa cui afferisce il suo territorio, popolandola con  genti sicule prive di patria, in un sito strategicamente  molto importante per via dell'approdo naturale e per essere al confine col territorio controllato dai Cartaginesi. Il termine Alesa sembra derivare dalla radice greca Alè (dal verbo alaomai che indica l'incerto vagare), con cui i coloni greci chiamano le popolazioni sicule che vagano dopo essere state scacciate dalla loro patria d'origine. E' facilmente comprensibile come i primi coloni siano molti tra i Siculi di ogni provenienza che erano confluiti a Erbite, scacciati dai Greci dalle loro terre. Tale ipotesi è avvalorata inoltre dalla presenza ad Alesa del culto del dio Adrano, nume tutelare dei Siculi della Sicilia orientale.

moneta punica con nave

Alesa tra Cartagine e Siracusa:
 
Il "boom economico" della costa nord nel IV secolo

L'impianto di Alesa, nel IV sec. a.C., avviene nel momento in cui, nel mondo mediterraneo caratterizzato dalla crescente importanza del litorale etrusco-latino, si impone la rotta tirrenica quale direttrice privilegiata degli scambi commerciali. Questa viene a sostituire la rotta meridionale nei traffici tra est e ovest e tra nord e sud. Accade così che gli insediamenti della costa settentrionale della Sicilia si trovano ora lungo una direttrice fondamentale per le relazioni con tutto il mercato mediterraneo. Questo fatto nuovo avviene dopo che, per secoli, queste città sono state state tagliate fuori dagli itinerari commerciali, dopo la fine della talassocrazia eoliana che consegue alla scomparsa del mondo miceneo. Il grande progresso che deriva dalle nuove opportunità economiche, porta a una radicale trasformazione dell’assetto territoriale che migliora improvvisamente le condizioni di vita della popolazione. Le città costiere come Alesa, situate tutte, non a caso, in corrispondenza dei pochi approdi del litorale, divengono i punti in cui converge la produzione del territorio. L’economia dell'Isola, basata sui prodotti dell'agricoltura e della pastorizia, si apre a un mercato esteso a tutto il bacino mediterraneo attraverso strade frumentarie come quella che, dal centro della Sicilia, incontra il mare seguendo il corso del fiume Aleso (oggi Tusa). A questo proposito occorre ricordare come una delle monete di Alesa rappresenti una colonna sormontata da un cane: le colonne erano poste nell'antichità all'inizio e alla fine delle strade, mentre il cane, animale sacro al dio siculo Adrano, indica il ruolo di tutela rappresentato sulla stessa via dalla città di Alesa, che di Adrano manteneva il culto. Un cane che sormonta una colonna è, da sempre, il simbolo di Tusa, fondata dagli Alesini. In Sicilia durante il IV secolo un tumultuoso sviluppo economico interessa le città nuove della costa tirrenica, tra cui Alesa. Moltitudini di pastori e agricoltori tendono a inurbarsi, mentre cresce rapidamente un forte ceto di commercianti che si accaparra la produzione delle zone interne dell'isola in attesa di distribuirla lungo le rotte del Tirreno. Proporzionalmente all'aumento degli abitanti e della ricchezza, cresce il peso politico delle nuove città. In tal modo non appena Siracusa si indebolisce, in seguito alla morte di Dionisio I, e alle seguenti lotte interne per il potere (366 a.C.),  Alesa subito rivendica la propria autonomia. Tale evento è suffragato dalle prime coniazioni di monete proprie. Vengono battute così le prime monete alesine: esse raffigurano sul d. Testa di Sikelia (divinità sicula, da identificarsi con la Grande Madre) e sul r. Eracle nudo, con arco, clava e spoglie di  leone, oppure inginocchiato con l'arco (a Ercole erano devoti i mercenari campani).  

Alesa e la lega di Timoleonte (344-317 a.C.):
L'epoca ellenistica

Intanto Siracusa, a causa delle discordie interne, stava perdendo il suo ruolo-guida nell'isola a vantaggio dei Cartaginesi. Gli alleati Corinzi nel 344 a.C. inviano in Sicilia, in aiuto della città greca, un piccolo esercito comandato da Timoleonte. Questi riesce nell'intento di restaurare la supremazia dei Greci nella Sicilia orientale. Egli costituisce la Symmachia, un'alleanza militare e politica in funzione anti-punica. Dato che tale alleanza rispetta l'identità dei confederati, alla Symmachia partecipano non solo tutte le città greche, ma “anche molte città dei Siculi, dei Sicani e delle altre popolazioni soggette ai Cartaginesi". Timoleonte elegge protettore della lega Zeus Eleutherios (protettore della libertà).  La sua effigie sulle monete della Symmachia sta a indicare la volontà  di piena sovranità dei Greci sulla Sicilia contro l’ingerenza cartaginese. Alesa aderisce alla Symmachia e, situata come è proprio al confine con l’eparchia cartaginese, diventa un punto strategico di estrema importanza. Gli Alesini detengono nella lega un posto eminente, essendo la loro città fin dall'inizio del IV secolo (dal trattato del 392 a.C. fra  Siracusa e Cartagine) il vero baluardo della Sicilia greca contro l’espansionismo cartaginese nel basso Tirreno. Questo periodo è testimoniato dalla coniazione, fra il 344 e il 336 a.C., di varie serie di monete alesine che recano la scritta in lingua greca "ALAISINON SYMMAXIKON" (Simmachia Alesina), a indicare le monete federali coniate dagli Alesini. Queste monete raffigurano al d. Zeus Eleutherios oppure Apollo Archeghetas (guida dei colonizzatori, venerato nel santuario di Delfi).  Le spighe e la fiaccola, rappresentate invece sul rovescio di queste monete, sono i simboli di Demetra e Core (divinità sicule), e alludono al ruolo di Alesa come produttrice ed esportatrice di grano. Come si è detto, Alesa è situata sulla foce di una importante fiumara che, penetrando nella Sicilia interna verso Capition, Erbite, Enna, Agira e Assoro, convoglia la produzione frumentaria di una vasta porzione delle zone interne. Tale via si raccorda poi con le strade che, aggirando le pendici del vulcano Etna, permettono l'accesso alle fertili pianure orientali di Katane e, più a sud, al territorio di Siracusa. La fine del IV secolo vede comunque Alesa lontana dai luoghi in cui avviene lo scontro tra Siracusa e Cartagine.   

La seconda metà del IV sec. a.C. rappresenta il periodo di massima prosperità di tutta la storia antica e moderna della costa nord della Sicilia. Ad Alesa questa prosperità corrisponde a un notevole  sviluppo demografico e a una intensa attività edilizia che si concretizza specialmente in edifici pubblici che rappresentano la cospicuità raggiunta. In questo periodo, la città assume un aspetto urbanistico definitivo, è infatti del IV secolo la cinta muraria che circonda tutta la collina su cui sorge la città. In essa sono evidenti numerosi restauri susseguitisi nei secoli, in quanto il materiale da costruzione era costituito dalla fragile pietra arenaria che si trova in loco. L'uso di questo materiale ci spiega la difficoltà attuale di ritrovare grandi edifici monumentali integri. Sono da attribuire a questo periodo le tabulae alaesinae, due lastre di marmo ritrovate nel 1558 in cui è scolpita, in lingua greca, la descrizione dettagliata del territorio della città con tutti i suoi edifici pubblici. Questi veri e propri documenti catastali andarono successivamente smarriti dopo essere stati custoditi presso i Gesuiti di Palermo fino al sec. XVIII. Per fortuna esiste una loro copia fatta dal primo studioso di Alesa: G. Lancillotto Castelli, P.pe di Torremuzza. Allo stesso arco di tempo viene ascritta da più fonti la partecipazione degli Alesini a una lega tra 17 città dell'Isola che hanno il compito di difendere a turno, con armati, il Santuario di Venere Ericina. Questa dea, ipostasi della mai dimenticata triplice dea matriarcale cui è sacra la colomba, ha il suo sacello sulla cima del monte omonimo. Il tempio di Venere a Erice, noto in tutto il mediterraneo e ben visibile ai naviganti in transito nel canale di Sicilia, è il luogo ove le sacerdotesse praticano la prostituzione sacra. Nel grande scacchiere mediterraneo, nello stesso tempo, la Roma repubblicana comincia la sua parabola ascendente opponendosi a Cartagine con la forza delle armi.  

Alesa e la Roma rebubblicana: le guerre puniche

Siracusa, essendosi indebolita sempre più, nel 289 a.C., alla morte di Agatocle, cade sotto la tutela dei  soldati di ventura Mamertini, che si spingono a occupare Messana e a imporre tributi su tutta la costa dei Nebrodi fino ad Alesa. Dopo un primo momento di riscossa i Siracusani comandati da Gerone tentano inutilmente di riprendere Messana dopo aver liberato la costa settentrionale dell'Isola. I Mamertini ricevono l'aiuto interessato dei Cartaginesi, felici di controllare finalmente il traffico sullo Stretto. Intanto Alesa guarda con rinnovato timore ai successi dei Cartaginesi, che dilagano nell'Isola e spadroneggiano a Lipara, Tindari e Messana. Ma le legioni romane sono già in Calabria a Regium, pronte a intervenire. L'occasione è data dai Mamertini che, mal sopportando i Cartaginesi, consegnano la città dello stretto a Roma. E' l'inizio della prima guerra punica. Per le città come Alesa non c'è più tempo da perdere: i tradizionali alleati Siracusani combattono ora contro i Romani assieme ai Cartaginesi, occorre scegliere ed in fretta. Così quando i Quiriti assediano Centuripe nel 263 a.C., Alesa sceglie,  prima tra tutte le città siciliane, l'alleanza con Roma. L'ingresso della città nella sfera di Roma è testimoniata dal conio di monete recanti sul d. Testa di Apollo e sul r. due mani che si stringono a simboleggiare il patto. Successivamente alla sanguinosa conquista romana di Lipara e Tindari, lo scontro tra Roma e Cartagine si sposta dal Tirreno al canale di Sicilia. Nel 228 a.C. tutta la Sicilia, ad eccezione di Siracusa, è nelle mani dei Romani, che la dichiarano Provincia. Al successivo assedio di Siracusa parteciperanno anche truppe alesine.

Sotto i Romani le città siciliane vengono divise in quattro classi amministrative, secondo il loro grado di fedeltà. Alesa, per quanto inserita come città di seconda classe,  mantiene il diritto di eleggere propri magistrati ed è esente dal pagamento della decima assieme a Segesta, Centuripe, Alicia e Panormo. Cicerone (Cic. Verr. III 6, 13) dice che Alesa "... sebbene non federata è da considerarsi immune da ogni imposta e libera". L'alleanza con Roma frutta ad Alesa la nomina a civitas immunis ac libera tra la fine della prima guerra punica e l’inizio della seconda. Con l'immunitas gli alesini sono esenti dall’obbligo di versare allo stato il 10% dell’intero raccolto, ma non sono esentati (immunes) dalle alterae decumae, cioè dal frumentum emptum (“acquistato”) oppure dal frumentum imperatum (cioè “comandato”- requisito in casi eccezionali) e dal portorium (un dazio del 5% imposto sul valore delle merci in entrata o in uscita dal suo porto). La libertas è pieno rispetto dell’autonomia e delle tradizioni locali della città e, grazie a questa, gli abitanti di Alesa continuano a godere, nei rapporti interni di diritto privato, del loro ordinamento: la città, non dipende dal pretore provinciale ma viene governata dai propri magistrati e dal suo senato, che può liberamente essere eletto. La costruzione della via Valeria (fine del III sec. a.C.) e il definitivo stabilirsi della pax  romana, comportano la sicurezza e la facilità degli scambi commerciali, inaugurando un periodo che dovrebbe essere prospero. 

La nascita del latifondo: il "sessantennio felice" (201-139 a. C.) e le rivolte servili (139-132 ca. a.C. e 104-99 ca. a.C.) 

L'appartenenza della Sicilia all'orbita di Roma, se da una parte si traduce nella fine delle guerre, dall'altra reca in sé i germi economici della decadenza. Alesa gode ancora, in età repubblicana, di una buona situazione economica, come dimostra la presenza in città di mercanti italici, documentata  nell'epigrafe di un monumento eretto intorno al 193 a.C. in onore del governatore Lucio Cornelio Scipione. Diodoro Siculo definisce come il "sessantennio felice" il periodo compreso tra la fine della seconda guerra punica (201 a.C.) e la prima rivolta servile (l39 a.C.). Questa felicità tuttavia deve essere riferita solo all'assenza di guerre, perché proprio in questo periodo inizia il razionale e sistematico sfruttamento dell'Isola da parte degli invasori di turno, con ricadute storiche, sociali ed economiche che giungono ai nostri giorni. La Sicilia tutta diviene, per imposizione dei nuovi padroni, una immensa monocoltura: il "granaio del popolo romano". Crollano così tutte le avviate attività commerciali, mentre si assiste al progressivo organizzarsi della proprietà terriera in vasti latifondi posseduti da poche famiglie. La coltura di tali vastissimi territori è resa possibile solo dal lavoro forzato di decine di migliaia di schiavi. A seguito delle conquiste romane a oriente, intere popolazioni vengono deportate in Sicilia per lavorare tutto il giorno nei latifondi. La condizione di schiavo in Sicilia è, se possibile, ancora peggiore che negli altri territori sottoposti a Roma. Il loro trattamento è disumano: essi sono tutti marchiati a fuoco, sorvegliati da aguzzini, costretti la notte negli ergastula, vasti locali comuni simili a carceri. Il mutato sistema di produzione, d'altra parte, causa la scomparsa della piccola proprietà contadina, mentre la classe degli artigiani e dei commercianti viene spinta verso il basso fino alla condizione servile. Ecco perché quando, intorno al 139 a.C., scoppia in Sicilia la prima rivolta servile, gli schiavi trovano appoggio in vasti strati della popolazione siciliana. In ogni caso, per quanto è dato sapere, Alesa, assieme alle altre città della costa settentrionale dell'isola, viene coinvolta solo a margine dalla rivolta dei disperati che, nel 139-132 e nel 104-99 a.C., osano ribellarsi al potere di Roma andando incontro a dure repressioni. In tale periodo tuttavia, Alesa, ancora florida, vede l'inurbamento di un certo numero di stranieri, attratti dai benefici elargiti alla città dai Romani. Dall'Urbe stessa si trasferiscono ad Alesa alcuni elementi di famiglie patrizie quali  i Marcelli, i Clodii, gli Scipioni e i Filone, per cogliere le opportunità derivanti dagli investimenti del capitale.

                   

 

alcuni reperti archeologici della zona di Alesa (collezione privata)

            

I propretori: Claudio Pulcro (96 a.C.) e Verre (73-70 a.C.)

All'inizio del I° secolo a.C. la città è teatro di controversie per la gestione della cosa pubblica da parte di gruppi sociali contrapposti. Sappiamo che, nell'anno 96 a.C., essendo il Senato di Alesa inquinato da membri indegni o troppo giovani e inesperti, Claudio Pulcro, pretore di Sicilia, dopo aver consultato i Marcelli (allora patroni dell'isola), emana una legge che regola l'accesso alle cariche pubbliche della città. in questa contesa è possibile leggere l'eco di lotte interne tra una classe di nobili ed anziani cui si oppongono uomini nuovi e giovani, desiderosi di ottenere la propria parte di potere. Nel 1748 il Lancillotto Castelli erroneamente ravviserà la figura di tale magistrato nella statua romana ritrovata, alla fine del sec. XVII, tra le rovine di Alesa (per stile invece attribuibile  ad una cronologia  posteriore di quasi due secoli). Alesa balza ancora agli onori della cronaca in epoca repubblicana, quando (dal 73 al 70 a.C.) il corrotto Verre, propretore in Sicilia, taglieggia a tappeto tutta l'Isola impadronendosi di moltissime opere d'arte e accumulando una smodata ricchezza. Non è da credere però che quello di Verre sia un caso isolato: la corruzione dei governatori rappresenta la norma, questo soggetto è solo più esoso degli altri. Le città siciliane sono costrette a ricorrere presso il potere centrale di Roma mediante il patrocinio del prestigioso oratore Marco Tullio  Cicerone. L'avvocato delle città siciliane, denunzia i ladrocini del governatore nelle Actiones contra Verrem. In queste arringhe leggiamo come Alesa sia sottoposta, al pari delle altre città dell'isola, alle malversazioni di questo magistrato. La vicenda di Dione di Alesa è sintomatica del comportamento di Verre: non appena egli giunge in Sicilia (evidentemente arriva già preparato) contesta pretestuosamente a Dione un'eredità per potergli estorcere una somma molto ingente. Durante la pretura di Verre si arriva al punto che ad Alesa chiunque, anche un giovanetto sedicenne, possa acquistare le cariche pubbliche: basta pagare! Cicerone, nel perorarne le ragioni, nel corso del processo contro Verre, descrive gli alesini come "i nostri alleati più antichi e fedeli...". Egli, nel preparare le sue arringhe, si reca personalmente ad Alesa per documentarsi e in tale occasione conosce il senatore alesino Enea, incaricato dal senato della città di informarlo circa i fatti del processo, che descrive come homo summo ingenio, summa prudentia, summa auctoritate praeditus” (Cic. Verr. III 73, 170-171).

In epoca repubblicana Alesa, assieme a Kalacte, Amestrato ed Erbite, provvede alla difesa della costa siciliana centro-settentrionale contro la piaga rappresentata dai pirati. Da un'iscrizione sappiamo di una vittoriosa battaglia navale combattuta dalla flotta comandata da Canino Nigro e costituita da legni ed equipaggi delle stesse città.

La Guerra Civile e la fine della Repubblica

 Gli ultimi anni della Repubblica, con le tante conquiste territoriali, vedono scemare l'importanza della Sicilia come principale fornitrice di grano per Roma. L'economia siciliana subisce un ulteriore rallentamento. La guerra civile tra Ottaviano Augusto e Sesto Pompeo (43-36 a.C.) seguita all'assassinio di Cesare, vede tutta la Sicilia terreno di scontro tra le opposte fazioni. Come sempre le città dell'Isola devono tornare a barcamenarsi tra stranieri potenti. In tale occasione il territorio di Alesa viene devastato dalle legioni dei Triunviri (Antonio, Lepido e Ottaviano) allo scopo di impedire i rifornimenti alla flotta di Pompeo.

L'età imperiale (sec. I d.C. - V d.C.)

Al tempo di Augusto Imperatore, Alesa perde i privilegi di cui aveva goduto durante la Repubblica e viene ridotta al rango di città stipendiaria: è soggetta cioè  a uno stipendium da versare in denaro. Ottiene lo status di Municipium che assicura agli Alesini gli stessi diritti dei cittadini romani, ad eccezione dei diritti politici, essendo inoltre i cittadini obbligati a contribuire con truppe regolari alla difesa e a fornire vettovaglie, armi, carri e navi. La città conserva però un' ampia autonomia amministrativa, governandosi attraverso propri magistrati. Pur essendo presente una certa residua prosperità economica, in questo periodo Alesa conia le sue ultime monete, segnando l'inizio di una decadenza lenta e progressiva. A livello urbanistico, in questo periodo l'edilizia si attesta su una maggior cura per le abitazioni private, mentre si esaurisce la costruzione dei grandi edifici, significanti la potenza cittadina. L'edilizia pubblica si indirizza, in accordo a quanto vuole Roma, verso la realizzazione di manufatti utili alla collettività: ponti, strade, acquedotti, terme e canalizzazioni. Il geografo Strabone, nel I sec. d.C., menziona Alesa tra le 11 più importanti città dell'Isola:  in realtà la sua è ormai una stenta sopravvivenza. In Sicilia, concluse le guerre civili, col rinnovato incremento del latifondo che consegue alle confische, la popolazione inizia ad abbandonare gli agglomerati urbani. In età imperiale il territorio tende progressivamente ad organizzarsi sempre più intorno alle massae fundorum, immense estensioni agricole aventi come centro la sontuosa villa di un patrizio. I geografi del terzo e quarto secolo d.C., come nell'itinerarium Antonini, continuano ad indicare Alesa tra i luoghi notevoli di Sicilia, ma accanto si leggono i nuovi toponimi con la desinenza in -ana come Petiliana, Furiana, Marciana eccetera, a indicare l'attuale crescente importanza degli agglomerati, organizzati intorno a una villa, che prendono il loro nome dal proprietario.

                 

pavimentazione musiva rinvenuta nella villa romana di epoca tardo-imperiale  di contrada Lancinè (Tusa)

La caduta dell'Impero, La Chiesa di Roma, i barbari e i bizantini  (V-VII sec. d.C.)

Con la caduta dell'Impero Romano, (476 d.C.) la nascente Chiesa cristiana tende lentamente a sostituirsi alle vacillanti istituzioni romane, subentrando alla burocrazia imperiale nell'esercizio del potere amministrativo. Mentre il mondo tardo-antico della classicità si dissolve, la Chiesa  progressivamente sostituisce l’aristocrazia romana nella gestione economica dei latifondi. I monasteri sostituiscono le ville nel ruolo di centro del territorio, mentre il clero invade tutti i ruoli chiave della vita amministrativa. Alesa, alla fine del IV secolo, è sede vescovile, segno della sua costante rilevanza. In Sicilia, a metà del V secolo, iniziano le incursioni dei barbari. L'Isola viene occupata dai Vandali di Genserico che la cedono a Odoacre. Quindi passa ai Goti di Teodorico (493-526) per essere poi conquistata dal generale bizantino Belisario nel 535. La Sicilia torna così ad essere greca. In contrasto alla difficoltà con cui si era realizzata la latinizzazione dell'isola, la lingua greca si sostituisce rapidamente al Latino in ogni classe sociale (in effetti i Sicelioti erano rimasti bilingui). Nel VII secolo Gregorio di Cipro indica ancora Alesa tra le più importanti città dell'Isola. Il Sinodo di Roma dell'anno 649 vede la partecipazione di un Vescovo d'Alesa che ha il singolare nome di Calunnioso.

mappa alto-medioevale della Sicilia realizzata su copie di mappe di età imperiale

Agli inizi dell’ottavo secolo la Sicilia entra totalmente nell'orbita  bizantina anche dal punto di vista religioso, oltre che politico, fino ad arrivare alla scissione promulgata nel 733 da Leone III Isaurico, della Chiesa siciliana da Roma. Nell'870, al Concilio della Chiesa d'Oriente a Costantinopoli, partecipa un Antonio, vescovo metropolita di Alesa.

 

mosaico della basilica di S. Vitale a Ravenna

L'incastellamento, l'avvento dell’Islam (750-850) e la fine di Alesa

 E' opinione comune che la fine di Alesa, come quella di altre antiche città dell'Isola, sia stata causata dall'invasione islamica. In realtà, quando giungono i conquistatori islamici, le antiche città sono solo involucri vuoti. L'abbandono degli antichi siti deve piuttosto essere messo in relazione a fattori economici e politici. Gli  ultimi anni del periodo bizantino, in reazione alla minaccia musulmana, sono caratterizzati da un rapido processo d'incastellamento. Le antiche, e spopolate, città vengono progressivamente lasciate deserte per luoghi più facilmente difendibili. Nel caso specifico di Alesa questo processo viene probabilmente accelerato dalla concomitanza di una catastrofei naturale (si ha notizia di un terremoto che colpisce la zona nell'anno 856). Durante l'occupazione araba la Valdemenna (o Valdemone), ove si trova Alesa, rappresenta il luogo ove la resistenza della popolazione è più forte. Tanto che gli aggressori durano 135 anni per completarne la conquista. Questa parte della Sicilia non verrà mai presidiata in armi, piuttosto gli Islamici si accontentano di sottoporre questi paesi a tributo in qualità di Dhimmi. Non sono comunque registrate battaglie degne di nota nel territorio di Alesa durante l'invasione. Ibn al Atir, storico arabo del XIII secolo, riferisce di un drappello musulmano che, nel percorrere la via che segue il corso dell'Aleso nell'anno 221 dell'Egira (il nostro 835 d.C.), è messo in fuga dal sopraggiungere di aiuti dalla città mentre saccheggia il territorio di una località che chiama Q.s.t Lyàsah, che potrebbe essere proprio Alesa.

La riconquista normanna (1061)

 I Musulmani tengono questa parte della Sicilia fino al 1061, anno in cui il normanno Roberto, detto il Guiscardo (cioè l'astuto), occupa la costa dei Nebrodi e stabilisce “pour la defìnsion de li Chrestiens” un presidio a Demenna. Grazie al favore della popolazione locale, da sempre greca, ai Normanni bastano due anni per conquistare il Valdemone, contro i trenta che occorreranno per piegare la resistenza araba nel resto della Sicilia. Al loro arrivo i nuovi conquistatori valorizzano il monachesimo basiliano e latino, utilizzandolo come cinghia di trasmissione del consenso. I monasteri, caduti in rovina durante la dominazione araba, vengono ricostruiti, mentre se ne fondano di nuovi che diventano presto grandi e potenti per i lasciti testamentari e le esazioni delle decime. Quando, dopo il 1090, sulle rovine di Alesa viene edificato il monastero benedettino di S. Maria de’ Palati, il luogo inizia a essere connotato con il nome di questa istituzione religiosa, mentre della ultramillenaria storia di Alesa non resta neppure il ricordo. Il grande viaggiatore e geografo arabo-spagnolo Al Idrisi che visita la Sicilia normanna nel XII secolo, e descrive i luoghi nel suo Libro di Ruggiero, ovvero il piacere degli uomini e il diletto delle anime, neanche menziona il toponimo:

"(...) Da Cefalù alla fortezza di Tuz'ah (cioè " la nuova" oggi Tusa: n.d.a.) una giornata leggiera. Questa fortezza è di costruzione primitiva e di sito difendevole. Le s'attacca un quartiere abitato. Fortezza e borgo sono posti in cima d'un monte isolato, al quale non s'arriva se non per aspri sentieri e cammini quasi impraticabili. Ma gli si stende d'ogni intorno un vasto terreno, grasso, fertile, eccellente, molto adatto a seminati e ad altre culture. Tuz'ah si scosta dal mare due miglia, poco più, poco meno. Da Tuz'ah alla fortezza di Qal'at 'al qawárib ("la rocca delle piccole barche") dodici miglia. Questa alta rocca è di antica fondazione [anzi] primitiva. La cinge in cerchio un borgo assai popolato; fertili sono le sue terre da seminare; abbondanti i prodotti; copiose le acque. Avvi anche, ad un miglio e mezzo all'incirca dalla fortezza, un porto frequentato, nel quale le navi possono ancorare e prendervi i carichi. (...)"

 

Tusa e il suo "carricatoio": elaborazione grafica di un dipinto, del 1577, di Pietro Rogerio

 


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